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L’intervista: Marina Masoni

L’intervista: Marina Masoni

L’INTERVISTA

Marina MAsoni

 

Intervista del nostro Vice Direttore Alessandro Borghi all’Avvocato Marina Masoni, Presidente di Ticinomoda.

 

La moda è uno dei settori trainanti e qualifcanti del vecchio continente: a livello di innovazione, ricerca e sviluppo l’Europa continua ad essere il punto di riferimento mondiale per la moda. In questi anni post-crisi, che periodo stiamo vivendo in Europa e nello specifico in Svizzera?

Tra le big four della moda c’è per la verità anche New York, però è vero che il Vecchio continente è il punto di riferimento: la creatività del vestire è nata qui, le prime sfilate pure e l’industria europea della moda ha saputo affrontare in modo vincente lo smantellamento delle barriere protezionistiche, l’avvento dei nuovi mercati, la concorrenza dei produttori a basso costo restando sempre all’avanguardia. La crisi della fnanza internazionale e la crisi del debito, esplose nel 2008, con la successiva recessione, hanno messo sotto pressione anche il settore della moda. Quando la ricchezza complessiva si contrae, il lusso ne risente. Ma la reazione è stata efcace. Per la Svizzera e il Ticino va detta una verità che oggi fa storcere il naso a molte persone: l’era degli Accordi bilaterali con l’UE ha propiziato uno sviluppo economico niente affatto scontato. Oggi si tende a mettere in risalto i problemi connessi ai Bilaterali, mentre i benefci che ne sono derivati quasi cadono nel dimenticatoio. Eppure lo sviluppo del metasettore della moda in Ticino in questi ultimi anni non sarebbe stato possibile al di fuori dei Bilaterali, cioè dell’apertura regolamentata della nostra economia. L’insediamento in Ticino di importantissime aziende e gruppi internazionali della moda ha cambiato l’assetto economico del nostro cantone. Nulla è tuttavia acquisito una volta per tutte. Lo abbiamo visto con la partenza di un importante marchio. Occorre quindi costantemente migliorare le condizioni quadro che rendono attrattivo il nostro territorio.

 

Come sono cambiate le abitudini di acquisto dei clienti del settore moda?

Bellezza e originalità restano i fattori determinanti, quelli che condizionano le scelte dei clienti. Un vestito, una borsetta, un paio di scarpe, un cappello, una cravatta devono piacere e per piacere non possono essere scontati, ripetitivi, banali. La moda crea sorpresa, altrimenti non è moda. Illumina il nostro sguardo, non lascia indifferenti. Detto questo, il cliente della moda si dimostra sempre più sensibile anche a come un bel vestito o una bella borsetta vengono prodotti e arrivano nelle vetrine dei negozi: non si ferma più al risultato fnale, ma si informa sui processi che lo precedono. Il concetto della sostenibilità è entrato a pieno titolo anche nella moda. Molte aziende lo applicano in modo attivo, sistematico, ne fanno uno dei fattori di successo. Sostenibilità intesa non in modo unilaterale e dogmatico, ma correttamente nella sua triplice dimensione: ambientale, sociale ed economica. E la dimensione economica è importante tanto quanto le altre due, non è subordinata. Oggi un’azienda che ignora questa sensibilità più diffusa nella clientela va incontro a difcoltà di non poco conto.

 

Lei è stata la prima donna eletta in Consiglio di Stato, dove ha diretto il Dipartimento delle fnanze e dell’economia dal 1995 al 2007. In quella sede ha avuto la possibilità di promulgare una serie di agevolazioni fscali – e non solo – che in quel periodo diedero “ossigeno” alle imprese e dalle quali anche il Cantone ne ebbe benefcio (si pensi al progetto “Copernico” ndA). A distanza di oltre dieci anni rifarebbe le stesse cose? O dato il contesto storico odierno, mutatis mutandis, la situazione non lo permetterebbe?

Ogni periodo ha i suoi problemi e le sue esigenze. Allora, nella metà degli anni Novanta, il Ticino era ad un bivio: declino controllato o rilancio competitivo. Il Libro bianco pubblicato all’inizio del 1998 aveva analizzato in profondità la situazione. L’economia cantonale era in stagnazione-recessione da 6-7 anni, avevamo perso trentamila posti di lavoro su 180mila, la disoccupazione era quasi quadruplicata, la piazza fnanziaria soffriva, c’era un concreto rischio di deindustrializzazione, immobiliare e costruzioni avevano subito un vero tracollo, il turismo pure. Ci voleva uno scossone di competitività nell’era della globalizzazione in marcia. Restituire attrattiva al territorio quale luogo di produzione di ricchezza e di creazione di lavoro. Tutte le riforme allora attuate erano fnalizzate a questa visione e a questo obiettivo: il rilancio competitivo per sfuggire alla prospettiva di un declino controllato. Oggi la situazione è molto diversa. I posti di lavoro aumentano, la disoccupazione è molto bassa, l’economia è molto digitalizzata, l’e commerce ha preso piede. Ci sono tuttavia persone e aziende in difcoltà dagli sviluppi tecnologici e dalla concorrenza esterna. Allora la spinta era ad una maggiore apertura dell’economia cantonale, oggi sono fortissime le pressioni politiche per una nuova chiusura, con tendenze protezionistiche pericolose, dovute a inquietudini, timori, insicurezza sul futuro. La globalizzazione marcia sul posto o addirittura fa passi indietro. La sfda è salvaguardare da un lato le aperture che hanno favorito lo sviluppo economico e tecnologico e risolvere, dall’altro lato, i problemi che fanno vedere nelle chiusure una illusoria e ingannevole soluzione. Tutt’altro che semplice.

 

Dal progetto “Copernico”, dove numerose furono le griffe che si insediarono in Ticino, Lei è divenuta in seguito presidente di Ticinomoda; è stato un caso o il mondo del fashion ha sempre avuto per Lei un certo appeal sotto questo aspetto?

La moda mi ha sempre affascinata. L’industria della moda è strettamente legata al costume, ma per sua natura tende ad attraversare e scavalcare confni e barriere. Penso che la moda sia profondamente legata ad uno spirito di libertà e creatività che è difcile ritrovare in altri rami. Certo, l’industria della moda non può vivere da bohémien: deve far quadrare i conti, vendere ciò che crea, creare valore aggiunto senza aspettare decenni. Non può permettersi il lusso – è il caso di dirlo – dell’incomprensione. Cerca quindi di interpretare i gusti del cliente o, meglio, di inventare qualcosa che sorprenda e attiri i gusti dei clienti. Nella moda le leggi della domanda e dell’offerta giocano fno in fondo: la domanda crea l’offerta ma forse ancor più l’offerta crea la domanda. Essere divenuta presidente di Ticinomoda non è quindi stato un puro caso. Dopo aver lavorato in ambito politico per rendere il Ticino economicamente attrattivo, oggi mi impegno per chi ha saputo cogliere quelle opportunità imprenditoriali, con una visione creativa aperta sul mondo.

 

Negli ultimi anni il Canton Ticino ha avuto un importante insediamento di noti marchi di moda sul suo territorio. Ritiene che l’attrattività quale “sistema paese” sia sempre interessante per le aziende che si sono insediate rispettivamente che vorranno farlo? Crede ci sia ancora potenziale nel nostro territorio per questo tipo di multinazionali o si corre il rischio di perdere ciò che si è riusciti a consolidare negli anni?

Domanda assolutamente centrale. Nulla è acquisito unavolta per tutte. Chi si ferma, chi dorme sugli allori passati, chi esaurisce la sua vena creativa, chi perde coraggio politico è destinato al declino. Il Ticino ha sofferto di immobilismo politico per troppi anni dopo l’avvento dei Bilaterali. Ora qualcosa si sta muovendo. L’attrattiva del territorio è fondamentale. Non è detto che un territorio fiscalmente concorrenziale, socialmente sicuro e tranquillo, con un sistema formativo efficace e moderno, abbia successo nell’attrarre nuove attività economiche. Ma è certo che se mancano queste condizioni quadro, di nuove aziende non si vede nemmeno l’ombra. Per cui la risposta è: sì, il rischio di perdere ciò che si è riusciti ad attirare qui sussiste. Per questo le riforme di competitività sono necessarie. Oggi come ieri.

 

Come valuta da ex consigliera di Stato, la proposta dell’On. Vitta di ridurre il moltiplicatore cantonale del 5%?

Molto positivamente. Un passo necessario.

 

Ampliando il discorso al contesto internazionale, dal suo punto di vista, pensa che la politica americana, con la reintroduzione dei dazi all’importazione su tutta una serie di beni di consumo, genererà l’effetto di emulazione in altri paesi? O al contrario gli Stati Uniti rischieranno l’esatto opposto, ovvero di ritrovarsi “all’angolo” in politica estera?

Il protezionismo non porta nulla di buono. Può illuderedi risolvere certi problemi, ma si tratta, appunto, di un’illusione. E quello che si va affermando oggi non è puro protezionismo. È un’involuzione avvolta in una concezione politica negativa, chiusa non solo a merci e servizi prodotti e offerti da altri, ma anche alle persone, indipendentemente dai valori nei quali queste persone si riconoscono e dalle loro qualità. La Brexit è un no ai cittadini europei. I dazi di Trump vedono l’Europa come nemica. Questo è nazionalismo economico. L’emulazione è in atto. Dove ci possa condurre questo vento malsano non è dato sapere.

 

La Svizzera e il Ticino sotto questo punto vista corrono dei rischi? Se sì quali?

Certamente. L’ondata protezionistica investe anche l’Europa e ha risvolti negativi che non risparmiano né la Svizzera né il Ticino. La nostra è un’economia di esportazione: se i dazi o altre barriere doganali dovessero diffondersi, come sembra sia la tendenza, anche le aziende svizzere e quelle ticinesi sarebbero confrontate con maggiori difcoltà. Abbiamo già costi di produzione mediamente più elevati di quelli di altri Paesi, perché i nostri salari sono più elevati. Se beni e servizi esportati fossero colpiti da nuovi dazi o da dazi aumentati per poter entrare negli altri mercati, la situazione sarebbe davvero complicata. Bisognerà capire fn dove intende spingersi questo nuovo-vecchio protezionismo.

 

Il nostro cantone è confrontato nel quotidiano con i cosiddetti “furbetti del quartierino”, coloro i quali non rispettano le regole contrattuali sugli orari e stipendi dei dipendenti. La nostra azienda è afliata ad ATIS (Cooperativa Aziende ticinesi di trasporti e spedizioni), la quale ha sottoscritto un CCL di categoria. Nel mondo della moda avete un CCL proprio; capitano anche nel vostro settore casi di dumping salariale? Nel caso come reagite?

Sì, abbiamo ben due contratti collettivi, che devono essere rispettati. Ticinomoda non accetta aziende che violano questi contratti. La libera concorrenza deve esplicarsi nel rispetto delle regole e in modo corretto. La cultura economica del nostro Paese si fonda sul partenariato sociale, sugli accordi stipulati per conciliare gli interessi degli imprenditori e quelli dei dipendenti. Questa cultura economica ha contribuito a far crescere la Svizzera. Finora non è stato dimostrato che altre strade siano più efficaci. Quanto ai salari, le cifre disponibili non dicono che in Ticino ci sia un dumping diffuso. Ci sono alcuni rami più a rischio (quelli non coperti da CCL), ci sono stati purtroppo casi di collaboratori pagati con salari indecenti: il sistema di controllo del mercato del lavoro si è rivelato tuttavia efficace nel rilevarli e contrastarli. Le associazioni imprenditoriali e sindacali hanno un ruolo molto importante.

 

Abbiamo letto recentemente in un articolo, dove indicava l’importanza della formazione continua. La nostra azienda si impegna regolarmente ad assumere tirocinanti, come valuta il sistema duale svizzero? (Nella rivista precedente Nr. 11 vi sono degli approfondimenti riguardo al tirocinio, ndA)

È il sistema più efcace per preparare chi non segue la via degli studi superiori. Per molte aziende assumere apprendisti è un sacrifcio non da poco sul breve termine. Ma i frutti di questo impegno si vedono. Altri Paesi ci invidiano questo sistema. Teniamocelo ben stretto.

La Commissione della gestione del Gran Consiglio ha dato il via libera per il futuro progetto della Scuola della moda a Chiasso, un investimento di circa 45 milioni di franchi. Si tratta di una struttura importante per la nostra città e che potrà contribuire al suo rilancio. È favorevole a questo progetto e come vede il futuro per i giovani che si diplomeranno?

Senz’altro. Come ha spiegato il Consiglio di Stato, quando ha approvato nel maggio scorso il messaggio per l’acquisto del terreno e per il credito di progettazione, l’obiettivo è realizzare un nuovo polo logistico per il futuro Centro professionale tecnico del settore tessile, che includerà la Scuola d’arti e mestieri di sartoria e la Scuola specializzata superiore di abbigliamento e design della moda. Studio e formazione potranno così amalgamarsi meglio con la realtà del mondo del lavoro. Per Chiasso è un progetto rilevante in un’area centrale, quella della stazione FFS, che da anni attende una riqualificazione. Agganciarsi al metasettore della moda può essere un’opportunità straordinaria. Ben venga quindi questo passo avanti.

 

In contrapposizione però sembra che gli ambienti economici dicano altro; di recente è stato pubblicato lo studio BAK-Basel dove il comparto della moda non viene considerato tra i settori innovativi e per i quali non si prevede uno sviluppo nel futuro; è dello stesso avviso?

Lo studio BAK cui si riferisce nella domanda si è concentrato sull’analisi dei brevetti registrati. Si tratta di un tema importantissimo, ma è un ambito in cui la moda non può essere paragonata alla chimica o alla farmaceutica. Il potenziale di crescita del settore della moda non può essere colto appieno con questo solo indicatore e rimane grande. Dobbiamo però ammettere che negli ultimi anni le scelte del nostro territorio non sono andate nella direzione del miglioramento delle condizioni quadro per questo settore e il clima politico oggi non è favorevole al suo sviluppo e crescita. Basti pensare alle reazioni alla recente notizia della riorganizzazione di un’importante azienda, che sposta circa 150 collaboratori all’estero, tenendone qui quasi 800. Quest’azienda è stata per vent’anni un ottimo contribuente, in continua crescita – ne sanno qualcosa i politici dei comuni coinvolti – e mantiene indubbiamente un potenziale di crescita notevole sul nostro territorio anche dopo questa riorganizzazione. Ma il commento più frequente che abbiamo sentito sul piano politico è stato piuttosto: sono aziende che non ci interessano, si limitano a sfruttare il nostro territorio, meglio se ne vadano, non ne vogliamo più sapere. È difficile cogliere il potenziale di crescita e sviluppo di un’azienda su queste basi di sfiducia.

 

Per concludere l’intervista, vorremmo chiederLe: per il mondo femminile, Lei è la donna in carriera che ha raggiunto il successo e che può essere d’esempio per ciò che si può ottenere con l’impegno e la dedizione nella vita. Ritiene, malgrado il suo grande esempio, ci sia ancora una sorta di tabù per le donne al vertice in politica?

Sono stati fatti certamente progressi dopo il riconoscimento del diritto di voto e di eleggibilità alle donne nel 1971, ma la strada è ancora lunga e soprattutto il cammino non sembra lineare. Ci sono battute d’arresto a volte preoccupanti. Nel Governo cantonale non ci sono più donne: certamente un’involuzione. Qualcosa non funziona nei partiti, che devono dare spazio a candidate serie e preparate e sostenerle. Lo stesso dicasi per i nostri rappresentanti a Berna – una sola donna su dieci – o per la carica di sindaco nelle città ticinesi.
Forse parlare di tabù è eccessivo. Però è vero che alla donna in politica si chiede ancora oggi un esame in più. Le pari opportunità non sono ancora compiutamente realizzate.

 

 

Circa l'autore

Alessandro Borghi

Vice Direttore, SA Luciano Franzosini Chiasso

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